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Vado a fare un dottorato all'estero!
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Vado a fare un dottorato all'estero!

In Italia si investono sempre meno soldi per la ricerca e per chi vuole approfondire i propri studi è necessario cercare delle possibilità altrove. Le informazioni per partecipare a un programma di dottorato all'estero

a cura di Chiara Lore


Arriva il fatidico giorno della laurea, arriva per tutti, presto o tardi.
E dopo?
Qual è il modo migliore per entrare nel mondo del lavoro? E nel caso si decida di fare carriera universitaria o di dedicarsi a tempo pieno alla ricerca?

Nel primo caso, forse è un po’ più facile, e anche restando nel proprio paese, non è un’impresa impossibile.
Invece, per i ricercatori italiani la vita è ben più dura.
Paghe ridotte, ridottissime, difficoltà ad accedere ai concorsi e a fare carriera, poltrone quasi sempre occupate da over-60 che farebbero di tutto pur di non perdere posto e privilegi.
E poi gli affitti, i trasporti, la vita da pendolare, la burocrazia. Quasi un inferno.

C’è un fumetto intitolato "Vita da dottorando" che spiega bene a cosa va incontro lo studente, appena laureato, che decide per la carriera universitaria.
Il povero omino del fumetto si alza prestissimo, dopo poche ore di sonno, passa un’ora (quando gli va bene) sui mezzi pubblici o in automobile per arrivare in facoltà, poi quando finalmente sta per sedersi alla sua scrivania, scopre un mucchio di carte e pratiche burocratiche da dover sistemare in poco tempo.
Durante la giornata, deve anche seguire i tesisti, frequentare corsi che quasi sempre hanno poco a che vedere con quello che studia, e sbrigare tutte le faccende che davvero chiunque potrebbe fare (non solo fare le fotocopie).
L’omino ha mezz’ora di pausa pranzo, poi deve rimettersi a lavorare, perché ci sono articoli e pubblicazioni da correggere, diapositive e presentazione da preparare per la lezione del professore, e molto molto altro.
A fine giornata, ormai esausto, l’omino non ha quasi voglia di cenare e mentre si trova nell’agognato giaciglio si chiede: “E la ricerca?”.

Forse è un’esagerazione, forse no. In ogni caso è vero che in Italia si investe poco nella ricerca.
E sempre più laureati decidono di emigrare all’estero e di continuare gli studi altrove. Anche a costo di fare molti sacrifici.
E quindi per chi non ne può più dell’Università italiana e magari sogna di fare un dottorato all’estero, ecco alcune indicazioni utili per non perdersi nella giungla di informazioni (per di più in una lingua straniera).

Il dottorato all’estero si chiama PhD, ovvero Philosophy Doctor, dura dai tre ai cinque anni, a seconda che venga frequentato in modalità full o part time. Un’alternativa è il MPhil, ovvero Master in Philosophy, che invece dura dai due ai quattro anni e, a differenza del PhD, non dà diritto al titolo di Dottore (già, perché nel resto del mondo noi poveri laureati triennali o magistrali non siamo affatto Dottori!).
Dopo il PhD ci sono altri corsi di studio, come i Post Doc (post dottorati), fino ad arrivare, si spera, ad essere assunti a tempo indeterminato o determinato dall’Università.
Comunque, per adesso concentriamoci sul dottorato, e non disperdiamo troppo le nostre energie in avanti nel tempo.
La cosa importante da tener presente è che, almeno in Gran Bretagna, è possibile fare il dottorato anche senza aver conseguito la Laurea Specialistica (che in svariati paesi d’Europa è chiamato Master).

La cosa migliore da fare per entrare in contatto con il mondo dei dottorati è navigare un po’ su Internet.
Basta un buon curriculum e magari anche un buon progetto (solo una bozza) per attirare l’attenzione su di sé e farsi fissare un colloquio (in genere si chiede sempre al candidato di fare una breve intervista, almeno telefonica, con il futuro supervisor).
Indispensabile è selezionare, tra tutti i docenti, quello che si occupa di aree di ricerca vicine a quelle predilette dallo studente.
E’ una buona idea leggere alcune pubblicazioni, almeno quelle più recenti, del docente, in modo da dimostrare che si conosce almeno a grandi linee il lavoro che si svolge nell’Università o nel team in cui si vorrebbe essere ammessi.
Nella prima mail è buona regola inviare il proprio curriculum e descrivere brevemente le proprie conoscenze e competenze e, nella parte finale, senza eccedere, parlare di quello che si vorrebbe studiare e approfondire e quali sono i propri obiettivi per il futuro.

Per il resto, ci vuole un pizzico di fortuna: non è detto che il docente contattato stia cercando dottorandi oppure che stia cercando studenti nell’area di ricerca proposta dallo studente.
Quindi è bene essere aperti a tutte le possibilità, chiarendo per esempio che non sarebbe un problema approfondire altri aspetti che magari fino a quel momento si erano trascurati.

Ecco un paio di siti web che potrebbero essere utili per la propria ricerca:
http://www.findaphd.com/ una banca dati di borse di studio e bandi di selezione aggiornata costantemente, con annunci provenienti da tutto il mondo
http://www.findamasters.com/ la banca di dati per i master
31 ottobre 2007
da http://www.girlpower.it/mondo/guide_pratic...d_occasioni.php


image il primo link dell'articolo lo sto consultando :salta:
 
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A.N.D.U.
ANDU - Associazione Nazionale Docenti Universitari

L'ANDU (Associazione Nazionale Docenti Universitari), costituita il 14.2.98, ha circa 600 iscritti tra professori ordinari, professori associati, ricercatori ed assistenti, distribuiti in tutti gli Atenei italiani. Nell'ultimo Congresso nazionale, tenutosi a Firenze il 30.6.06, è stato deciso di aprire l'iscrizione anche ai docenti con contratto a tempo determinato e a tempo indeterminato.
L'ANDU è impegnata per la difesa e lo sviluppo dell'Università statale e per la riforma democratica della sua gestione nazionale e locale. In questa direzione, l'ANDU propone una riforma dell'organizzazione della docenza che cancelli la logica della cooptazione personale e chiede l'istituzione di Organi di governo del Sistema nazionale e dei singoli Atenei costituiti con l'elezione diretta dei rappresentanti dei docenti, dei tecnico-amministrativi e degli studenti (v. più sotto la sintesi delle proposte)


A) Che il dottorato sia il terzo livello dell'istruzione superiore non lo
dico io, ma lo dice un accordo internazionale, come ci ricorda Luciano
Guerzoni: "Preciso soltanto che alla previsione del dottorato come terzo
livello della formazione universitaria l'Italia e' gia' impegnata, al pari
degli altri 44 paesi europei del "Bologna Processus", dal comunicato
congiunto del vertice di Berlino (2003).". Non voglio entrare nella
discussione se a me piaccia o no, perche' non si puo' sempre ripartire da
zero in tutto. E' la scelta del dottorato europeo, noi come paese abbiamo
aderito e io come cittadino do per acquisito questo tratto.
B) Il dottorato americano e' altra cosa e sostanzialmente, nella pratica,
l'apprendistato per la carriera universitaria, anche se poi in base alle
discipline (in sociologia per esempio circa l'80% prosegue in universita',
ma in altre materie vanno in parte all'industria, che pero' fa ricerca)i
PhDs hanno destini i piu' vari. Compreso quello, come PhD candidates di
nutrire l'amplissimo precariato in espansione degli adjuncts. Vedi lo
sciopero a NYU del 2005.
C) Non ho mai detto da nessuna parte che il dottorato non deve essere
attivita' di ricerca. In quello che coordino personalmente il Dottorato
Interdisciplinare sulla Societa' dell'informazione (DISI) - che comprende
oltre ai sociologi e pedagogisti "umanisti", psicologi "sperimentali",
docenti di scienze ambientali e Informatica - i borsisti sono fortemente
incoraggiati a entrare nei diversi programmi di ricerca del Programma
QUA_SI, da cui dipende il dottorato. Semmai il dottorato attuale viene in
genere accusato di non fornire abbastanza didattica formale.
D) Nella proposta di nuovo dottorato elaborata dal Ministero il legame tra
ricerca e didattica e' ritenuto condizione essenziale per l'attivazione di
un dottorato. Concordo al 100%e non ho mai pensato diversamente.

Poi ognuno ha le opinioni che ha. La mia e' che gli studenti universitari,
a tutti i livelli debbano contribuire sostanziosamente agli studi che
daranno loro una posizione favorita nelle societa'. E che la collettivita'
debba contribuire alle spese di coloro che sono bisognosi, come impone la
Costituzione italiana, con meccanismi di attribuzione che siano il piu'
possibile lontani e indipendenti ( starei per dire schermati) dagli
accertamenti di merito che non ne devono venire influenzati ne' in un senso
ne' nell'altro. Che poi se i figli di papa' vogliono pagarsi una gita nel
dottorato, non me ne potrebbe interessare piu' che di una bottiglia vuota,
come dice Porthos. Se son bravi che paghino full fare. Se son cretini non
verranno ammessi. GM"

======

L'intervento di Di Quarto:

"Cari Colleghi,

ho l'impressione che dietro la stessa parola "dottorato di ricerca" ci
siano visioni nettamente divergenti sulla struttura e funzionamento di un
dottorato di ricerca nonche' sulla sua necessita' o meno di preparare alla
ricerca sia essa di tipo accademico (quasi unica in Italia) o industriale
(molto rara in Italia).
Dalla visione di Martinotti (v. in calce) viene fuori che il dottorato di
ricerca e' un terzo livello di laurea (e giustamente fa notare Martinotti
il cliente deve pagare i costi del dottorato cosi' come per gli altri due
livelli di laurea salvo l'intervento delle borse per i provenienti da
famiglie economicamente deboli). Se e' un terzo livello di laurea mi pare
di capire che il ruolo del dottorato sara' quello di un corso specialistico
triennale dove ad una corposa attivita' didattica (seminariale o ex
cathedra non importa) viene aggiunta una attivita' di ricerca che dovrebbe
portare ad una tesi di dottorato come completamento e prova della acquisita specializzazione. Se mi e' permesso semplificare, questo tipo di dottorato sarebbe la vecchia tesi di laurea ante-riforma Berlinguer fatta bene con un congruo numero di mesi a disposizione per fare un lavoro ben fatto e non sotto l'urgenza della vecchia laurea. Semplificando al massimo e con le dovute differenze e cautele chiamerei questo tipo di dottorato un dottorato alla americana (ma senza soldi provenienti dal "barone" che in genere sulla attivita' di dottorato impernia dei contratti di ricerca con agenzie pubbliche o ditte private e pertanto paga sia i costi della iscrizione al dottorato sia il salario diretto al dottorando il quale non e' piu' "figlio di famiglia" anzi in numerosi casi e' gia sposato e "tiene famiglia").
La discriminazione di classe nel caso della ipotesi di Martinotti
uscerebbe dalla finestra per rientrare dalla porta principale. Infatti per
i piu' agiati il terzo livello di laurea diventera' un "must" basato solo
sulla disponibilita' economica mentre solo i "genietti" provenienti dai
ceti piu' deboli godranno della possibilita' di svolgere il dottorato
finanziato.
Il secondo aspetto che vorrei sottolineare e' che in questa visione il
dottorato difficilmente sarebbe una strada alla fine della quale il
dottorato saprebbe come si fa una ricerca scientifica, mentre probabilmente saprebbe molto bene i dettagli di una disciplina ecome si scrive un report o una dissertazione o anche un libro. Posso sbagliarmi ma ho la sensazione che questa visione coincida con una visione "umanistica" del ruolo del dottorato.
Per quella che e' la mia conoscenza di dottorati (scientifici) in Europa
(ma non solo) la parte di attivita' didattica e' molto limitata e spesso si
riduce alla richiesta di seguire un numero molto limitato di corsi (con
esami finali) richiesti per approfondire la preparazione universitaria
precedentemente raggiunta con la laurea (ora laurea di secondo livello o
magistralis).
Molto piu' prosaicamente e piu' comunemente all'estero (Svizzera inclusa)
il dottorando viene scelto direttamente da chi paga il salario (tramite i
contratti di ricerca o le dotazioni del proprio budget) magari richiedendo
lettere di presentazione anche ai relatori che hanno seguito lo studente
negli studi precedenti. Il dottorando svolge a tempo pieno attivita' di
ricerca con un tutor piu' anziano se necessario ed impara a fare ricerca
sul campo diventando ricercatore piano piano e scrivendo lavori di ricerca,
all'inizio visionati e refertati internamente dal tutor e successivamente
anche senza il nome del tutor se e' diventato indipendente
scientificamente. Quest'ultima mi pare l'unica pratica reale per diventare
ricercatori in un settore e la discussione finale della tesi di dottorato
e' in molti casi la discussione di tutto il lavoro di ricerca svolto nel
corso degli anni nel settore di ricerca in cui si e' diventati specialista
in grado di rispondere alle domande di commissari esterni (stranieri)
esperti riconosciuti nel settore.
A me pare che il concorso nazionale per partecipare al dottorato
finanziato dallo stato (e a prescindere dal reddito familiare (quando
diventeranno adulti i dottorandi finanziati da mamma e papa'?)) e/o dalle
industrie interessate ad avere lavoratori altamente qualificati per
svolgere attivita' di ricerca e sviluppo sia la via migliore specialmente
se legata ad una intensa attivita' di ricerca sul campo (o in laboratorio
nel caso dei settori scientifici) che insegni al dottorando come si diventa
ricercatori e non come continuare a superare esami di profitto.
Spero che questo contributo venga letto per quello che dice e senza
paraocchi ideologici al fine di evitare che anche sulle cose concrete ci si
divida sul "visto da destra visto da sinistra" franco di quarto"
Link : dal Bollettino Università & Ricerca


allego un analisi del 2001 sul Phd/dottorato
non so quanto sia cambiato in 8 annio
spero TANTO :fiori:



Edited by _Nicoletta - 7/11/2009, 16:14

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ricerca_2001_Phd.pdf ( Number of downloads: 2 )

 
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